La sfera
Di tutti i corpi solidi quello che amo di più è la sfera.
Immagino una sfera perfetta
tonda e senza sbavature
liscia la sfera
e fuori
fuori metto l’universo intero.
Oggi ho citato Einstein, ma non per la relatività, ma per la sua critica alla teoria degli insiemi.
Ho spiegato che sono un creativo
forse hanno tradotto con matto.
L’amministratore delegato mi guardava quasi stupito, la sala era stracolma, molti hanno tradotto creativo con matto.
Una sfera come una palla magica
anzi di più
una sfera il cui contenuto sia al di fuori del nostro
universo.
Ho spiegato che solo apparentemente sono uguali le agenzie di assicurazione, ma in verità ogni agenzia è diversa dalle altre, profondamente diversa ed è questo il primo problema.
Poi ho parlato di rapporto sinistri a premi, di equilibri e di Troisi in non ci resta che piangere.
33 33 33.
Immagino di essere dentro una sfera e lascio l’universo fuori
io sono fuori dall’universo
eppure qualcuno sostiene che la sfera sia all’interno dell’universo
ma io non lo ascolto
dentro la mia sfera.
Nessuno stava più fermo nella sala, quando parlo produco l’effetto di una scossa, positiva o negativa, ma pur sempre una scossa e tutta la sala era sorpresa e divertita.
L’amministratore delegato della Toro Assicurazioni pensava a qualcuno che doveva incontrare dopo.
Per un attimo ho pensato di aver detto qualcosa di sbagliato, poi il suo braccio destro, alla fine mi si è avvicinato, non lo conoscevo e mi ha stretto la mano dicendomi che il mio era stato un intervento bellissimo.
Una sfera, insiemi reali e non reali, la teoria della relatività e Fiumicino pieno di aerei.
Strade presidiate per il G8 e io che mando la radio a palla.
Giovedì mi tolgo un dente, ma lo faccio fuori della sfera all’interno dell’Universo Reale.
Era ricco, molto ricco.
Lui fabbricava corde di ogni tipo e le esportava in tutto il mondo, ma le corde che gli riuscivano meglio erano quelle grosse e robuste che usavano nelle impiccagioni.
Per quelle aveva raggiunto il monopolio praticamente.
Qualcuno raccontava che per farlo aveva usato metodi cruenti e crudeli, ma la gente parla e non sa.
Come quella storia che gli piacessero le ragazzine, che ipocriti.
Le ragazze al giorno d’oggi diventano sempre più belle e dimostrano sempre più degli anni loro.
Sua moglie si era spesso arrabbiata con lui per la sua particolare attenzione verso le ragazzine.
Alla fine le minacce verso i figli erano servite a farla desistere dal rompere le scatole.
Per vendere le sue corde si era persino alleato con la mafia, con una famiglia importante e in cambio gli aveva fatto arrestare tutti i membri delle famiglie rivali.
Il potere logora chi non lo ha diceva il suo amico italiano, il potere lui lo aveva e ne aveva tanto.
Camminava nella sua villa di notte, non voleva nessuno della servitù di notte.
Dormiva sempre meno con il passare degli anni, non era riuscito a trovare soluzione alla sua insonnia.
Non voleva che la servitù lo vedesse di notte, grazie al trucco riusciva a coprire le sue rughe, ma la notte, la notte allo specchio appariva il suo vero volto.
C’era una cosa però che nessuno sapeva, nessuno sospettava nemmeno lontanamente.
Il grosso frigorifero era davanti a lui e lui aveva fame, ma non si decideva ad aprirlo.
Chiedeva sempre a Lisa di prendergli qualcosa, come era carina Lisa, giovane e sensuale con quei vestitini trasparenti che lui gli aveva comperato.
Ora però, ora era solo doveva aprirlo lui il frigorifero.
Un rivolo di sudore gli scese lungo la schiena, nonostante l’aria condizionata, nonostante tutto il benessere da cui era circondato.
Aveva un buco nella stomaco e doveva aprirlo quel frigorifero.
Il dottore gli aveva spiegato che era solo la sua immaginazione, che doveva vincere la sua paura, che lui era un uomo forte che era un uomo potente.
Aprì il frigorifero con gli occhi socchiusi, sperando e pregando che non vi fosse quello che la sua mente sapeva di trovare.
Il frigo era spazioso, con mille cose pregiate divise in scomparti ordinati.
Bontà culinarie provenienti da tutto il mondo, tutte le cose che potevano piacergli o che potevano piacere ai suoi ospiti.
Maledizione era li.
Proprio al centro e lo stava guardando con quegli occhi piccoli e crudeli.
Il grosso ratto di fogna stava rosicchiando un pezzo di formaggio e lo stava fissando dal terzo ripiano del suo frigorifero.
Se riuscissimo a scrivere davvero tutti i nostri pensieri, tutti quelli che non riusciamo a portare sul carta, se ne fossimo capaci diventeremmo davvero dei grandi scrittori.
Così pensavo percorrendo
Chiamare piccolo Francesco è un eufemismo, si è vero ha quasi 17 anni solamente ma è quasi
Sempre a mettere i suoi cd fregandomi ogni volta, “dai papà”.
Mi hanno detto che le ragazzine gli vanno dietro, ma per fortuna Francesco è ancora un ragazzo e non corre come molti suoi compagni, voglio che rimanda così quel disgraziato rivoluzionario che mi considera un moderato, a me.
Già lui non crede molto alla mia militanza nel movimento studentesco o forse fa finta.
Vento oggi, un vento caldo lungo
Già vento e io che penso al lavoro, al progetto enorme che ho in mente con i miei ragazzi con Sandra che mette sempre i piedi a terra e fa bene.
Una bella squadra quella che stiamo costruendo pezzo dopo pezzo con tanti soldi e con debiti e scoperti ma so che alla fine riusciremo a conquistare un mercato di cariatidi taccagni che non spendono mai una lira per quelli che lavorano con loro.
Dubbi e paure con la vita delle famiglie sulla mia coscienza, sperando che Marcello ritorni quello di prima, ma sono sicuro che ci riuscirà.
Poi queste ragazze nuove da inserire e Loredana che si è scoperta alla sua età consulente con me, rinunciando pure a tante offerte.
Vento caldo a piegare le fronde e uno scemo che si mette in mezzo alla strada, il solito cretino che non sa guidare e fa pure il prepotente.
Chieti bloccata per una corsa campestre cittadina, Francesco che scende e prosegue a piedi.
Quanto sono belli i miei figli e c’è sempre il solito che dice che per ognuno i propri figli, lo dici solo chi non li ha visti, perché chi li ha visti dice solo che si, sono davvero belli.
Si mi piacerebbe scrivere quello che penso davvero, i ricordi in mente, i segreti di ogni vita, di tutte le vite intese che ho vissuto e che vivo.
Mentre questo vento caldo piega i rami e io metto la radio, ascolto Celentano, poi
Guglielmo era un bambino molto vispo ed allegro. Daniele era timido e particolarmente sensibile, ma non per questo poco socievole. Vivevano nello stesso paese, e si conobbero il primo anno di asilo. Giacomo, di un anno più grande di loro, stava tirando i capelli ad una bambina, facendola piangere. Guglielmo non appena lo vide si diresse verso di lui e lo attirò a sè con la scusa di un gioco. Daniele vide tutta la scena e capì che lo aveva fatto apposta, per evitare che continuasse ad indispettire quella piccola. Rimase colpito da questo comportamento, e decise che sarebbe stato il suo migliore amico. Nonostante avessero solo tre anni, i loro caratteri erano già ben chiari.
Alle Elementari i due erano compagni di banco. Guglielmo era sempre vispo e birichino, i suoi occhi brillavano di allegria, e la sapevano trasmettere anche agli altri. Nonostante la sua irrequietezza era un bambino molto educato. Era anche intelligente, ma preferiva non mostrare questo suo pregio più di tanto. Gli piaceva scherzare, ma non oltrepassava mai il limite. Scherzava, ma non prendeva in giro. Daniele era il primo della classe. Era più silenzioso dell'amico, ma la battuta pronta non gli mancava. Battute mai pungenti, ma simpatiche ed ingegnose. Guglielmo insegnava a Daniele a giocare alla guerra, mentre Daniele gli dava delle ripetizioni casalinghe delle lezioni di scuola. E lo aiutava nei compiti.
Alle Medie Daniele vinse un premio come migliore studente della scuola. E dovette partire per una settimana, destinazione Milano, dove ci sarebbero stati dei campionati regionali, e poi eventualmente a Roma, per quelli nazionali. Distaccarsi per la prima volta da Guglielmo fù triste... anche se il carattere chiuso di Daniele gli impediva di esprimerlo. L'amico lesse nei suoi occhi una certa malinconia, ma non gli disse nulla, anzi cercò di farlo ridere con delle battute, e la sua allegria funzionò ancora una volta. Alla stazione il ragazzino più sensibile scacciò giù le lacrime, mentre l'altro lo minacciò scherzosamente, dicendogli che se non avesse portato a casa il primo posto, sarebbe stato costretto a giocare alla guerra come ai "vecchi tempi". Daniele non arrivò primo, ma ne fù contento, perchè così era "obbligato" a giocare con Guglielmo.
Scuole Superiori. Ancora una volta la stessa scelta. Ancora una volta compagni di banco. Gli adolescenti erano più cattivi dei bambini, e prendevano in giro con gusto e piacere. Guglielmo e Daniele non si adattarano mai agli altri in questo senso. Sapevano socializzare, ma non si lasciavano influenzare. Avevano i loro valori, incrollabili. Un compagno di classe dei due si diresse verso il più studioso che stava leggendo un libro, e cominciò a prenderlo in giro. Perchè era secchione, perchè sapeva sempre tutto, perchè era una femminuccia. Daniele continuò a leggere, facendo finta di non sentire. Ma Guglielmo sentì, e subito corse verso il compagno di classe. E con un abile battuta riuscì a difendere l'amico, senza farsi prendere a sua volta in giro, anzi! Fece ridere di gusto lo spaccone, che gli propose di fare due tiri a pallone (=foglio di quaderno accartocciato).
Vent'anni... Età in cui si deve decidere della propria vita. Vent'anni... ed ancora i due erano inseparabili! Diplomati. Però per la prima volta avevano preso strade diverse. Daniele iniziò l'università, sempre coi suoi ottimi risultati, evitando il servizio militare. E Guglielmo invece di lì a poco partì per una città lontana. E come era successo alle Medie, dovettero separarsi, e stavolta non solo per una settimana. Ma ora erano quasi adulti, e gli adulti sopportano di più i distacchi. Ma Guglielmo e Daniele non si facevano influenzare, e non si distaccarono mai. Appena l'amico aveva una licenza tornava, ed uscivano insieme in compagnia.
A vent'anni sembra impossibile, ma la vita ti cambia. Le scelte diverse ti cambiano. I due ragazzi crebbero, maturarono (anche se a tre anni erano già maturi), e nonostante non volessero si fecero a poco a poco condizionare dalla vita. Daniele divenne un importante imprenditore. Cercò nel suo campo di essere sempre onesto e leale, ma più denaro si ha da gestire e più si rischia di cadere in brutti ed incontrollabili giri. E lasciò da parte la sensibilità che lo aveva sempre contraddistinto, perchè gli faceva male e non avrebbe portato da nessuna parte. Con Guglielmo era sempre in contatto, ma il primo posto lo aveva preso il lavoro.
Guglielmo era rimasto la persona scherzosa di sempre, ma nel suo sorriso si poteva (se si guardava a fondo) leggere un pò di tristezza ed amarezza. I fatti della vita avevano segnato anche lui. Episodi tristi che capitano a tutti, ma che ci cambiano veramente solo quando ci toccano di persona. Scelse la vita militare e partì per una nazione molto lontana dalla sua, dove era scoppiato un conflitto quasi Mondiale. Il suo destino era già segnato da piccolo, quando con tanto entusiasmo giocava alla guerra. Con Daniele era sempre in contatto, ma il primo posto lo aveva preso una ragazza.
Il tempo cominciò a scorrere veloce, non come quando erano piccoli, e la settimana di distacco parve un'eternità. Il tempo sembrava quasi adeguarsi alla vita che diventava sempre più frenetica. Daniele si trasferì all'estero, perchè ormai quello che aveva guadagnato in Italia non gli bastava più, e non lo soddisfaceva più. Aveva bisogno di nuovi stimoli. Gli era sempre piaciuto imparare cose nuove, ma ormai sapeva già tutto, o quasi. Decise di trasferirsi in America, così avrebbe perfezionato il suo inglese, ed avrebbe conosciuto un'altro tipo di economia. Guglielmo si sposò, e riuscì a rimanere nell'ambiente militare, ma con un compito più logistico che rischioso, ottenendo anche un trasferimento a tempo indeterminato, non molto lontano da casa.
Entrambi erano sicuri di aver trovato la propria strada. Entrambi si credevano felici. Ma la felicità non è mai per sempre. Passarono ancora un pò di anni, ma nonostante il successo iniziale, cominciarono i problemi. Daniele non riuscì a superare una certa soglia di guadagno. Arrivò ad un certo punto e poi iniziò a perdere, perdere, perdere... Eppure pensava di averla capita bene l'economia di oltre oceano. Guglielmo scoprì che la moglie lo tradiva, e per quanto buono fosse, era anche sensibile, e non riusciva più a stare bene con lei, perchè non si fidava più. E crisi fù.
Passò ancora un anno, poi Daniele decise di sistemare la sua situazione al meglio, chiudendo tutto e tornando in Italia. In quello sperduto paesino che lo aveva visto crescere. Guglielmo fece lo stesso. Trovò il coraggio di lasciare la moglie, che comunque amava ancora tanto, e con sofferenza si staccò da lei. E tornò in quello sperduto paesino che lo aveva visto crescere. I due amici non si sentivano più da tempo, solo per gli auguri. Ed in queste occasioni non si parlavano delle loro difficoltà, ognuno di loro non voleva che i propri problemi andassero a sommarsi con quelli dell'altro.
Daniele e Guglielmo tornati ai luoghi natali con stupore scoprirono la serenità che quei posti trasmettevano loro. I ricordi li invasero prepotentemente, ma in maniera positiva. A vent'anni avevano preso per la prima volta strade diverse, per poi a quaranta ritornare sugli stessi passi, inconsapevolmente. Una sera, la stessa sera, i due decisero di recarsi in un punto d'incontro che erano soliti frequentare da ragazzi. E con loro immenso stupore si trovarono l'uno davanti all'altro. Prima di ogni parola, prima di qualsiasi saluto, si strinsero in un forte e deciso abbraccio tipico maschile, carico d'affetto e di ricordi. Poi si raccontarono tutto quello che non si erano raccontati in quegli anni. Non si separarono più. Rimasero nello stesso paese, pur rifacendosi una vita.
Daniele divenne professore di economia, nelle stesse scuole superiori che aveva frequentato con l'amico. Guglielmo invece non cambiò lavoro, ma essendo vicino a casa poteva tornare spesso, quasi tutte le sere, e comunque sempre nei fine settimana. Riscoprì poi un vecchio rapporto, al quale non aveva mai dato la giusta importanza, ma che però poi si rese conto essere immortale. Riprese ad avere sempre più contatti con un'amica che aveva conosciuto quando usciva insieme a Daniele. Amica che lo aveva sempre cercato, senza però assillarlo. Semplicemente ogni tanto si interessava a lui, senza invadenza. Era da sempre stata innamorata di Guglielmo, ma non le piaceva imporsi, e così l'aveva visto con dolore fidanzarsi e poi sposarsi, senza riuscire a fare altrettanto. Ma finalmente la vita aveva sorriso anche a lei. Ebbero due figli maschi.
Nonostante Daniele avesse ritrovato un lavoro e Guglielmo l'Amore, non permisero che queste cose per loro seppur molto importanti, li separassero ancora. Cominciarano a frequentarsi di nuovo costantemente, e ritrovarono nell'altro le stesse caratteristiche di prima. Daniele amava l'allegria ed il sorriso sempre presente di Guglielmo, e viceversa Guglielmo amava la sapienza,la saggezza e la sensibiltà dell'amico. E questa passione riusciva benissimo a convivere con la passione per il lavoro dell'uno e della famiglia dell'altro.
SOLO LE COSE PIU’ GENUINE E PURE SONO IMMORTALI.
Per sempre.
I capelli seguivano le mani del vento, mentre Eleonora fissava, dalla ringhiera del molo, l’orizzonte sparire lì … dove cielo e acque divengono l’abbraccio ignoto del tramonto.
Era tutto freddo ai suoi occhi … tutto troppo pallido, incolore da quando non c’era più lei … da quando non c’era più quell’affetto tenuto forte sulle punte dell’anima … in silenzio, per sfuggire alla calunnia delle vipere :
“ è già trascorso un mese da quando ho visto i tuoi occhi fuggire su quella nave a capo chino, per non vedere il mio volto.
È tutto così estraneo nei miei sensi … sembra che il respiro non sia più lo stesso,
che il giorno non si levi più dal suo letto di stelle!
sembra che il mio cuore sia sprofondato qui, in questo abisso che ci divide.
Quante notti passate in macchina … nascoste dagli occhi della luna per non recare sdegno … per non sentirci perseguitate da queste facce infami!
Quante frasi dette a metà … quante volte le nostre mani hanno sfiorato quelle labbra tremule, mentre una lacrima inondava quest’amore …
Adesso che non ci siamo noi a danzare mentre gli altri dormono,
ora che i nostri fiati si son fermati lì, in quel giardino velato dagli ulivi,
adesso che non c’è più il canto degli angeli a tenerci compagnia:
queste albe non cambiano più …
questo sole non accende …
queste radici sono già morte!
Come vorrei dare le mie carni a questo mare …
perché non c’è uomo o donna
che possa privare ad un bruco di svegliarsi farfalla per sempre!
Mentre restano le nostre frasi storpiate … sussurrate appena, celate per nascondere la verità! “
Pasqua era alle porte, le chiese erano in fermento tra “Vie Crucis” e rappresentazioni dolorose; Elena camminava per la strada, ma non sentiva più quel fremito, quella gioia che da bambina le regalava la resurrezione del Cristo.
In una vetrina di dolciumi, guardava la densa cioccolata che colava continuamente su una chicchera dalle enormi dimensioni, mentre bimbi vi si accalcavano ad ammirare quello spettacolo che lasciava immaginare, sulle loro bocche, un sapore di dolcezza leggera, di latte e praline di nocciola.
Accennando una smorfia che sapeva di un invisibile sorriso, la ragazza, tornò con la memoria alla sua infanzia; a quelle volte in cui aiutava nonna Marta a preparare le uova di pasqua, contenenti tutte, rigorosamente, una sorpresa per i piccoli nipotini impazienti.
Mentre gli altri si aggiravano in cucina furtivamente, in cerca sempre di un pezzo di cioccolato da sgranocchiare, Elena assisteva, attentamente, a quel lavoro magico dalle mani fatate della cara donna.
Guardava il suo viso sorridente, quel grembiule imbrattato da mille aromi di cacao; cercava di scovarne il segreto di quel gioco profumato, ma le mani della nonna erano troppo veloci per i suoi piccoli occhi, troppo perfette per lasciare intravederne trucchi.
Marta era bellissima nei suoi capelli sbarazzini che venivan fuori, impertinenti, dalla cuffietta bianca; il suo viso era chiaro e sensibile, degno delle più belle bambole di porcellana esposte nel negozio di balocchi sotto casa. Le mani curate e ed esperte; gli occhi gioiosi e neri come il fondente del suo cioccolato. La sua vita non era stata facile :rimasta ben presto orfana, aveva trovato un lavoro da aiutante presso una pasticceria, e proprio lì aveva scoperto la sua dote e quella passione per i dolci … ma ben presto arrivò la guerra, ed i nazisti la reclusero in uno di quei maledetti lager, e li conobbe Silvestro, l’uomo che avrebbe sposato. Erano riusciti a scampare alla morte, grazie all’intervento dell’esercito americano,
e, pian piano, avevano ricostruito le loro vite … ma la gioia durò poco! Silvestro morì all’età di trentadue anni e Marta si ritrovò sola con tre bocche da sfamare sulle sue spalle.
Elena era la più grande delle sue nipoti, la figlia di Giulia, la primogenita delle sue tre figlie; era anche la nipotina preferita;certo amava tutti i suoi bambini, ma lei era la sua piccola donna a cui insegnare quell’ amore per i dolci.
Elena era affezionatissima alla nonna; da piccola passava molto tempo tra le sue braccia, mentre Marta le raccontava il suo amore per Silvestro. La piccola si addormentava serena sul suo grembo, mentre lei le preparava i biscotti per addolcire il suo risveglio.
Adesso quella bimba era diventata donna e, davanti alla vetrina dei dolci, riviveva quel mondo spensierato in cui tutto era perfetto.
Mille spilli le strinsero il petto; con un gesto lento voltò il capo e si allontanò dalla vetrina dei ricordi, col groppo alla gola e le lacrime trattenute per non far scorgere, agli altri, il proprio male.
Tornò a casa e gettando svogliatamente la borsa sul divano vi si sdraiò supina col volto coperto dalle braccia; pianse quella malinconia che si mischiava al sapore salato delle lacrime e all’odore dell’ammorbidente sul cuscino:
“Nonna Marta se tu fossi qui! Se ci fossero ancora le tue mani a darmi conforto! Se ci fossero le nostre complicità a ridarmi il sorriso … ed invece sono qui, da sola, dentro una vita a metà! “
Con il viso dell’ amata nonna d’innanzi agli occhi, cadde in un sonno profondo;si risvegliò qualche ora più tardi e, scrutando il tetto della camera, sentì una vocina dentro se che le diceva:
“non odiare Dio se la sorte non ti è stata amica … non è Sua la colpa dei nostri mali!
La nonna è qui … vicino a te! Basta ascoltare te tessa … perché i gesti e le frasi di chi si ama sono misti ai nostri, per non farci sentire soli … mai!”
Si levò da quel divano ed infilò il grembiule; preparò tutto: cioccolate, ciotole, e strofinacci, profumando la cucina con i sapori dell’infanzia. Percepì quasi il calore di nonna Marta accanto a se, che sembrava sorriderle di contentezza per la felicità ritrovata dalla sua diletta nipotina che, ormai donna, aveva imparato a preparare le uova di Pasqua al cioccolato, mentre Dio, adesso, poteva risorgere con la gioia di un’altra anima ritrovata ….
“la solitudine può far male …
Disilluderci da tutto
Lasciandoci indifferenti
Davanti alla bellezza delle cose
Le persone che amiamo
Saranno sempre con noi …
E non è un corpo
Un contatto
Che le rende vivi …
E tutto ciò che abbiamo costruito
Con essi
Che ci da il senso della vita
Perché amare
È anche vivere
nel ricordo di qualcuno …
Buona Pasqua a tutti di cuore...
Era una notte di duemila anni fa, una notte diversa dalle altre, una notte senza fine!
Non c’erano stelle che emergevano in quel cielo; non c’era la luna ad illuminare i passi tra le tenebre; c’era solo un vento rabbioso che piangeva l’ingiustizia dell’innocenza, congiunto ad una pioggia fine, purificatrice di strade e menti.
Non sapeva dove fosse suo figlio, ma un’inquietudine non le recava pace nell’anima.
Una mestizia avvelenata le trafiggeva i sensi; non c’era pensiero che avesse potuto darle sollievo; non c’era respiro che avrebbe potuto darle conforto:
“OH signore! Dio dolce! perché stanotte il mio tormento non mi da pace!? perché le mie viscere tuonano irrefrenabilmente!? la mia bocca è aspra, non sente il sapore dolce dell’aria che canta al di là delle finestre. Dimmi dov’è mio figlio! Dimmi che il Suo verbo è ancora vitale … che quella linfa non si è estinta in questa notte gelida!
Ho accettato il Tuo dono; ho generato il Tuo seme; l’ho guidato nel Tuo Spirito; ho preparato i Suoi pranzi; ho ascoltato le Sue parole; ho visto i Suoi tormenti … ed ora il mio compito sembra giunto all’ultimo gradino di una scala difficile! sembra che le mie mani non riescano più a stringere il vento nei loro pugni … Ma sapevo, sapevo che tutto si sarebbe dovuto compiere, affinché gli uomini avessero visto … affinché i cuori avessero schiuso le loro soglie avvelenate dal vizio ….”
In uno spasmo spirituale le visioni si perpetuavano in mille pellicole, fatte di sguardi e carezze; di parole e ansie per quel Figlio Prediletto. Vorticosamente affioravano le memorie di un tempo passato, dove un bimbo si stringeva, innamorato, alle braccia della madre.
Ed ecco il dolore arcuare quel corpo stremato da sudore e sangue; Ed ecco la fuga verso la notte ignobile, omicida:
“Figlio mio dove sei!? perché non trovo i Tuoi occhi in queste vie tortuose!? dove hanno nascosto il Tuo Divino viso!? dov’è la Tua parola buona!? dov’è quella mano delicata sulla mia …”
Camminò fino allo stremo; la pioggia aveva deposto le sue armi e, tra polvere e pietre, quella “Madre Dolorosa”, come un’ombra, cercava il Suo Angelo in mezzo a malfattori e profeti.
Ed ecco lì … quel corpo martoriato da ferite amare … venduto per qualche miserevole moneta d’argento, perire su quell’ultima via dolorosa, picchiando il capo tra i massi duri, mentre spine gli si conficcavano ad ogni palpito nelle cervella spossate:
“ Figlio … mio buon Figlio … cosa … cosa ti hanno fatto! Lascia che asciughi il Tuo Preziosissimo Sangue … lasciami morire con te in questo giorno fatale … fa che le mie carni si ricongiungano alle Tue in Paradiso!”
Gli occhi annientati, privi ormai di ogni lacrima, di ogni sensazione … solo un freddo sguardo di pietà, un pugnale insito nell’animo, coperto da un mantello nero di dolore; seguiva ogni passo, stringeva forte gli occhi ad ogni caduta, ad ogni colpo di frusta, ad ogni sputo vile, stringendo forte tra le mani le sue vesti luttuose :
“ Vedi madre … il mio cammino è appena iniziato; adesso tutti vedranno la grandezza
dell’ Altissimo, ed il mio sangue non si dissiperà su questi sassi duri e aguzzi.
Madre non piangere Tuo figlio … prega per la Sua anima e per quella di questa gente povera di spirito. Era scritto che il Figlio dell’Uomo sarebbe stato percosso come agnello in mezzo ai lupi , per risorgere nella Santa Alleanza dello Spirito Santo.”
Padre … Padre … tutto è compiuto! –
Maria, sotto quella Croce Sacra, abbracciava i piedi insanguinati del Cristo morto inchiodato all’emblema dell’umanità, mentre il mondo alle sue spalle sprofondava nell’ira Divina; tutto scompariva intorno ai loro corpi. C’era solo la danza delle loro anime su quel cenacolo celeste; c’era l’inizio di un nuovo mondo … c’erano gli occhi di una madre che stringeva al petto le spoglie del proprio Dio … mentre la terra, s’inginocchiava alla potenza del Cielo!
“Prediletta sono stata!
Madre e Figlia …
Sposa e Vergine …
Ho portato nel mio grembo
Il destino del mondo
I suoi occhi
Mi davano riparo
Nei dubbi …
Le sue mani
Mi regalavano la vita!
Ho generato la purificazione …
L’olio sacrale dello Spirito Santo
Ho concepito un uomo
E un Dio …
Ho visto morire sulla Croce
L’ieri …
L’oggi
… E il domani!”
Cari amici (vicini?? e) lontani,
ecco un altro dei miei frettolosi monodiari, scritto alla fine di una intensa missione. Di nuovo nell’emisfero australe, a correre per cinque settimane nel paese chiamato la “casa dei sassi”. Proprio questo vuol dire “Zimbabwe” in shona, la lingua indigena. Mica pensavate che io mi trovassi a Matera, vero?!?!
Il paese delle pietre, sapete perché? Perché qui le attività vulcaniche di epoche fa hanno formato e lasciato gigantesche gocce di materia fossile. Estrusioni magmatiche, vento, pioggia e altri agenti atmosferici (NON certo il gelo, visto che in certi posti dormiamo con 38 gradi in stanza) hanno smussato spigoli minerali fin troppo accuratamente. E questi sassi stanno su, impilati uno sull’altro, contro ogni scommessa gravitazionale.
Il paese dei sassi sì, ma anche il paese delle nuvole. Finalmente nel mio peregrinare per e con MSF in luoghi sempre disgraziati, ho trovato un posto in cui il turismo era un’attività fiorente prima che la crisi investisse questo paese. Così si possono contemplare i famosi paesaggi africani che uno puo’ figurarsi nel turisticamente inflazionato Kenya. Il cielo qui non è solo la cornice superiore di un paesaggio che mai annoia, ma un vero e proprio gioiello che regala spettacolari tramonti, arcobaleni in cui per la prima volta sono riuscita a contare tutti e 7 i colori (mai visti prima l’indaco e il violetto!), ancora arcobaleni paralleli (due in un sol colpo, neanche fossero stati disegnati col compasso!!!). Per non parlare della vegetazione poi: cactus alti come baobab, baobab alti come arcobaleni.
Se lo Zimbabwe è il paese dei sassi e delle nuovole, bisognerebbe chiamarlo anche il paese dei suoi impossibili equilibri naturali ma anche e soprattutto quello degli squilibri socio-finanziari. Tanto per darvi un’idea sui costi: le tasse scolastiche ammontano a 300 dollari, il rilascio del passaporto (il più caro al mondo) a 700 dollari e un bullone a 3 dollari. Considerate che 3 dollari sono pure lo stipendio mensile medio locale, per i fortunati che hanno un lavoro in una nazione in cui la disoccupazione supera il 90%.
Già, sembra facile ora poter parlare di dollari, ma sino a qualche settimana fa non si poteva scambiare né utilizzare valuta straniera. Bisognava per forza usare la moneta locale, con un’inflazione che fa addirittura ridere chi non deve arrangiarsi con l’economia locale. Il nostro povero responsabile della finanza più che la calcolatrice usa un diagramma a triangolo rettangolo per aggiungere più facilmente un imprecisato numero di zeri ai costi locali, ogni ora, ogni giorno. Ciò che vale la mattina, il pomeriggio è carta straccia. Qui si parla di trilioni per comprare il pane, le banconote giacciono inutilizzate sui pavimenti dei supermercati!!!
Definirei lo Zimbabwe un Myanmar africano: la gente è stata forzatamente costretta a ripiegare su una vita povera ed ignorante, mentre nel passato avevano accesso a risorse, istruzione, lavoro, assistenza sanitaria, economia di esportazione. Viaggiando nelle zone rurali del paese, incontro persone che parlano l’inglese meglio di me anche in remoti villaggi attorniati solo da colline montuose e campi di grano. Harare, la capitale, sembra una città europea calata in un clima tropicale: palazzi di vetro, pali della luce, ville con piscine, aiuole curate, cestini dell’immondizia per le strade! Non proprio ciò che mi sono abituata a vedere sinora in altre capitali africane: Freetown, Monrovia, Maputo.
…Questa missione rispetta per me la legge del contrappasso: esattamente un anno fa, quando mi trovavo in Mozambico per un’altra epidemia di colera, ero contenta di non essere qui in Zimbabwe, vista la disastrosa situazione in cui il paese versava (e versa). Gli espatriati che avevo incrociato a Maputo di ritorno da qui mi raccontavano favole di scaffali vuoti e costi proibitivi. Ebbene, eccomi ora davanti agli scaffali vuoti: vengono riempiti a ondate di prodotti comunque troppo cari per la popolazione. Vi si trova troppo shampoo ma non dentifricio, tanti fagioli in scatola ma non carne. Tutto sembra improvvisato, e tutto arriva dall’estero.
E pensare che lo Zimbabwe nel passato aveva una capacità produttiva agricola che poteva soddisfare gran parte della domanda proveniente da molti altri paesi africani, soprattutto ciò che concerne il fabbisogno di grano.
La crisi economica in Zimbabwe ha fatto cambiare tutto: il tipo di agricoltura non più orientato all’esportazione ma al consumo casalingo, l’irrigazione bloccata perché ci sono le infrastrutture idrauliche ed elettriche ma mancano l’elettricità e la manutenzione, il cambiamento climatico. Anni molto secchi hanno fatto sì che al posto del grano si dovesse coltivare il sorgo, che è molto più resistente alla siccità ma anche molto meno nutriente e gradevole al gusto. I pascoli per il bestiame sono impoveriti e l’erba non fa più ingrassare le mucche, che sono davvero magre! A volte rimane solo il nome: “Angus ranch”, un’area in cui fino a qualche anno fa c’erano i bianchi, che sono stati cacciati da un giorno all’altro. E una sana bistecca al sangue la vedrò solo quando tornerò in Europa!
…Nelle grandi città dello Zimbabwe splendono insegne di SPAR, i supermercati locali, il cui logo ricorda quelli europei. Ci sono entrata due volte in un mese e mezzo, proprio e solo perché dovevo comprarmi la prima volta il dentifricio e la seconda le batterie per il GPS. La fila per pagare alle casse ti sembra piuttosto naturale. Ma la seconda fila, quella dopo aver ricevuto lo scontrino per aspettare il resto, non sei pronta ad affrontarla. Devi aspettare il resto, se non vuoi che il tuo cambio dei 10 dollari ti venga reso in una quantità di leccalecca e caramelle da far paura anche al più spregiudicato dentista. Il denaro spicciolo non circola e la cassiera deve accumulare banconote da un dollaro prima di poterti dare il dovuto. Ma come sempre tutti hanno banconote di taglia grossa e si arriva alla situazione di impasse che tutti si guardano intorno sventolando 20 e 50 dollari.
Nel frattempo maestri, poliziotti, personale medico, soldati, scioperano assiduamente. Perché andare a lavorare se il costo del trasporto giornaliero è superiore al tuo stipendio mensile? Per curare i malati di colera? Sì, magari, peccato che tanto il Ministero della sanità non rifornisca di medicine le strutture cliniche. E quindi perché essere presenti nei centri di salute? Per vedere arrivare persone agonizzanti dopo un penoso viaggio in carriola, e rimandarli subito a casa perché non c’è nemmeno la varechina per disinfettare per terra?!
Lo sciopero dei maestri ha per noi il vantaggio che le scuole non vengano riaperte, come d’uso, all’inizio dell’anno: questo ci aiuterà a scongiurare il pericolo che bambini provenienti da diverse zone, che dovrebbero condividere toilette e mensa, non vengano in contatto l’uno con l’altro, diminuendo parzialmente il rischio di epidemie.
Per di più i bimbi che possono essere mandati a scuola non sono poi tanti. Molti di loro li incontriamo a pascolare il loro scarno bestiame, fatto sempre di mucche, capre e qualche asino: ecco come spendono il loro tempo le nuove generazioni invece che andare a scuola, visto che i genitori non possono permettersi di pagare le tasse scolastiche. Pure per le nostre indicazioni stradali, quando siamo persi in mezzo a campi di mais e colline sassose, quando non sappiamo se infilarci in una traccia piena di cespugli verso la direzione giusta, o in una strada più larga ma dalla parte opposta a quella in cui dobbiamo dirigerci, ci affidiamo a bambini pastori. Il modo in cui contemplano stupefatti il movimento delle ruote delle nostre auto li fa sembrare più piccoli di quelli che sono, ma la lunga frusta che maneggiano abilmente e fieramente li fa sembrare già molto adulti.
Quando passiamo con le nostre macchine rumorose e ingombranti c’è sempre il rischio che qualche mucca o capra si faccia cogliere dal panico ed inizi a cambiare improvvisamente direzione col rischio di essere investita. O col rischio per noi che decida di non cambiare direzione e correre davanti a noi, costretti a seguirla. Un vitellino spaventato al passaggio della nostra vettura saltella in mezzo alle capre: sembra che si creda uno di loro, ed infatti è così! L’autista mi spiega che i vitellini vengono svezzati facendoli dormire con le capre, perché così la mattina la mucca avrà a disposizione latte a sufficienza per sfamare almeno un po’ la famiglia “umana”.
In un villaggio nel sud-est del paese colpito dall’epidemia di colera, durante una sessione di educazione igienica (non si puo’ chiamare promozione, visto che si deve partire da zero), mentre enfatizziamo il fatto che bisogna lavarsi le mani prima di mangiare, una signora secca alza la mano: “io non mi lavo le mani prima di mangiare, perche’ non ho nulla da mangiare”. Solita reazione africana, tutti scoppiano a ridere. Non so come le persone in Africa trovino sempre e comunque la forza di ironizzare sulla propria condizione.
Già, qui la gente ha fame e tra lo stomaco vuoto oggi e il colera domani, la loro priorità non è sicuramente la nostra (quella di prevenire il colera): tanti cercano di farsi ricoverare nei nostri centri di trattamento del colera, giusto per ottenere qualche pasto offerto gratuitamente. Ma per far ciò devono farsi svariate ore a piedi perché le cliniche sono perle rare.
Ricordo in particolare un incontro: una vecchierella attraversa un fiume dove sto facendo dei test su come purificare l’acqua con della semplice candeggina (ebbene sì, tanti anni di studi ingegneristici “matti e disperati” per finire a purificare acqua di fiume per persone che non parlano la mia lingua, cosa posso farci?!). La donna saltella per avvicinarsi a me evitando i posti più profondi. Mi urla “Magadi, magadi!” che significa “Come stai?” in shona, e al contempo batte una mano sull’altra come se stesse formando una palla: e’ il tradizionale segno di saluto. Poi inizia una lunga discussione e la mia faccia diventa un punto di domanda. L’autista che mi accompagna (e che uso come traduttore/collaboratore, visto che si annoia ad aspettarmi in macchina), mi dice che la donna mi sta ringraziando perché aveva il colera ma è arrivata in tempo in una delle nostre cliniche e ora sta bene! Davanti alle donne che ho incuriosito per i miei rudi esperimenti di potabilizzazione dell’acqua, le stringo la mano e l’abbraccio, per dimostrare loro che il contatto epidermico non trasmette il colera, e che una semplice prevenzione rende molto, ma molto difficile prendersi il colera!
Dall’inizio dell’epidemia, cioè a fine novembre scorso, ci sono stati quasi quattromila morti di colera. Quattromila morti, quattromila battaglie perse: sarebbe cosi’ semplice ed efficace essere curati, se per arrivare alla clinica non servissero 4 ore di trasporto in carretti trainati da asini. O se alla clinica non ci fosse una farmacia vuota.
...Mi dirigo in una località chiamata Chilongwe, durata 9 ore a causa di un ponte inondato che non giudichiamo sicuro per essere attraversato con le macchine. Aggiriamo l’ostacolo viaggiando per ore nel cuore delle piantagioni di canna da zucchero e non so come l’autista sappia decidere i bivi perché tutto appare molto uguale. Le coperte che stiamo trasportando per i pazienti non attutiscono abbastanza gli spigoli metallici della land cruiser, e più viaggiamo più li percepisco numerosi e pungenti. Almeno il classico pitstop per la pipi’ rende sempre, se non proprio felici, almeno un po’ più sereni.
Arriviamo verso le sei del pomeriggio, e per ragioni di sicurezza MSF impone (in tutte le sue missioni) di non viaggiare quando fa buio. Con l’antropologa decidiamo di andare a fare solo una breve ispezione nel villaggio da cui vengono molti casi di colera. Lasciamo il logista e l’infermiera a correre nell’area attorno alla clinica, che ben presto verra’ trasformata in un “campeggio colerico”. I nostri colleghi poveretti non hanno nemmeno il tempo di disperarsi per la situazione a cui ormai hanno fatto l’abitudine: pieno di gente seduta seminuda per terra che vomita acqua, uomini donne vecchi bambini, tutti con gli stessi sintomi, i più severamente deidratati con le flebo appese alle ringhiere delle finestre.
Vicino all’esistente clinica condotta dal locale Ministero della salute qualche settimana fa MSF aveva già installato una tenda e portato medicine, secchi e letti, ma l’esplosione di nuovi casi in altri villaggi vicini ha richiesto un intervento più massiccio di quello già incominciato.
L’antropologa e io ci spostiamo solo di qualche centinaia di metri, ma già tutti ci corrono dietro per dirci che, a causa della scarsezza di soluzione reidratante (praticamente la sola unica cura contro il colera!!), molti pazienti sono stati rifiutati alla clinica o sono stati mandati a casa dopo poche ore di ricovero. Il che vuol dire che già in un paio di case accanto a cui passiamo, troviamo persone che giacciono spossate sulle stuoie, coperte di mosche.
Va bene, abbiamo capito abbastanza e ho visto l’unico pozzo da cui la popolazione di 3 villaggi, circa 2000 persone, attinge l’acqua. Per me sarà facile l’indomani organizzare una clorinazione sistematica dell’acqua in tutti i secchi delle persone che arrivano lì. Basterà una sola persona, un po’ di cloro, una bottiglia per preparare la “soluzione madre” e una siringa. Gli ingegneri devono trovare soluzioni semplici ma di grande impatto e poco costose, no?!
Decidiamo di tornare indietro ma rimaniamo impantanate nel fango con la macchina. Chi spinge? L’autista deve guidare, l’antropologa ha le ciabatte…. mentre la watsan (io) ha gli stivali di gomma. Scendo ma da sola posso solo far retrocedere la macchina invece che superare la malefica pozza. Arriva gentilmente un signore ad aiutarmi, ma nulla da fare. Alla fine siamo in 3 quando le ruote scavalcano la melma e tutti rischiamo di finire a musata per l’improvvisa mancanza di appoggio delle mani.
Arriviamo giusto in tempo alla clinica, dove servono più braccia per spostare lo scheletro della tenda di quasi 50 metri quadri che sarà il nuovo reparto per i casi più gravi. Ancora installazione di recinti temporanei, montaggio dei letti, distribuzione di secchi, etc etc.
Verso le 22, logista, infermiera, antropologa, autisti e staff medico nazionale, tutti riusciamo a riunirci per la cena. Spaghetti cinesi liofilizzati cotti nell’acqua fatta bollire su un improvvisato falò. Il vento inizia a soffiare forte da tutte le direzioni, impossibile evitare il fumo del fuoco perché dove ci si sposta, lui arriva. Alle 22.05 inizia uno scroscio di pioggia che a me fa perdere totalmente l’interesse per il cibo. Alle 22.30 tutto passa, usciamo dalla nostra tenda (questa volta un semplice igloo!) montata per la notte vicino alla clinica.
La pioggia è passata, ma i conati di vomito dei pazienti a poche decine di metri da noi rende drammatico anche un cielo stellatissimo e fanno perdere l’interesse per contemplare Orione capovolto.
In queste circostanze epidemiche il nostro epidemiologo, un dottore australiano, viene usato come “cane da fiuto” per scovare posti particolarmente a rischio di contagio, che finora sono stati graziati dall’epidemia. Andiamo alla ricerca delle zone in cui possiamo prevedere e temere un maggior numero di casi, vuoi per la carenza di acqua e di igiene, vuoi per la distanza dalle strutture sanitarie, vuoi perche’ circondati da villaggi in cui la malattia ha gia’ fatto il suo decorso e molto probabilmente e’ stata introdotta da qualche portatore sano anche in zone rimaste per ora senza casi. Per la notte riusciamo sempre ad accamparci in vecchi lodge che evidentemente vantano una gloriosa storia di caccia grossa: ci sono ancora grossi ganci, sistemi di carrucole, ripari di paglia a protezione di mensole e rastrelliere, che non riesco a capire a cosa servano.
L’epidemiologo, 2 infermieri, la logista, una promotrice dell’igiene, l’autista ed io scorrazziamo nel sud est del paese per qualche giorno. La sera lo staff nazionale prepara molto gentilmente la cena. Democraticamente uomini e donne si aiutano in cucina. Per farmi piacere mi cucinano pure la pasta… peccato che altrettanto democraticamente adottino gli stessi tempi di cottura per riso e spaghetti, quindi la pasta risulta un soffice blocco compatto! Ma la stanchezza della giornata spesa a correre di qua e là, a fare test sulla qualità dell’acqua al bordo dei fiumi, a individuare i villaggi e a cercare i capi villaggio per chiedere quanti casi di colera hanno avuto e da dove attingono l’acqua per bere, ha il sopravvento su tutto, pure sul deisderio di una pasta al dente. Mi addormento sempre molto, troppo rapidamente, provando un sottile sadico piacere nel vedere che le zanzare se ne stanno a proboscide asciutta in inutile attesa del mio sangue sul lato esterno della mia zanzariera. La mattina partiamo presto. Scopriamo i babbuini in mezzo a un cespuglio, partiamo e zebre, cervi e antilopi se la danno a gambe levate al passaggio della nostra macchina.
Tutto ciò può suonare come una favola ben congetturata. Ma io davanti a queste realtà mi chiedo spesso: che farei io, se abitassi qui? Che fareste voi, se abitaste in Zimbabwe? Credo che faremmo esattamente come fanno loro: andremmo a cercar miglior fortuna in qualche altro paese. Come ad esempio il confinante e benestante Sud Africa.
Francesca, watsan
Colla
Succedeva sempre così, aprivi una bustina e ti usciva sempre Sandro Mazzola e di Corso nessuna traccia o quello scudetto del Torino in 4 doppioni.
C’era poi quel barattolo di colla, con quella spatola rigida e quelle figurine della serie B che non si attaccavano mai.
Strani problemi ha la vita e tu ad innamorarti di Marianna Guilloc e a cercarla tra le sorelle più grandi dei tuoi compagni e quella, quella manco ti filava anche se “le montagne verdi e le corse di una bambina” ti accompagnavano sempre nella ricerca.
Colla, colla che ti si appiccicava nelle mani, che ti sporcava la maglia e le urla di tua madre.
E poi…la professoressa che urlava per quelle figurine scambiate nell’ora di lezione, con il panino rubato sotto il banco e il bidello che arrotondava con le merende.
Intanto cercavi di capire che cavolo volesse dire Vietcong salvo poi scoprire che erano del sud e non del nord e qualcosa, qualcosa che non quadrava tra buoni e cattivi in quella guerra.
Un cane come Lassie o Rin Tin Tin non te lo avrebbero mai comperato, ma contro la banda c e la banda del ciccione ti sarebbe stato utile avere un cane da difesa.
Colla con quell’odore strano, chi l’avrebbe mai detto che c’era anche un allucinogeno in quella colla.
Così avresti capito alla fine perché
Piccola sfida dell'Espresso per gli amanti della scrittura: un romanxo in 6 parole.....
Vedete qui !
Mi Ricordo Quella fontana, il sole delle sei del pomeriggio, la città che sonnecchiava adagiata sul mare, nessun’rumore solo profumo intenso d’estate, niente più quello l’acqua torbida della fontana, riusciva ancora a riflettermi, a rimandarmi la mia immagine come una diapositiva che si era incastrata nel proiettore, sentivo un senso di disagio, mi guardavo attorno, il sole mi lambiva, dal vicolo che porta alla piazza,proprio di fronte alla grande chiesa, vedo avvicinarsi, una figura, era una ragazza, neanche una donna, ma stava per diventarlo, si avvicinava leggera avvolta in un vestito bianco di pizzo leggero, i suoi capelli neri erano smossi dal vento, e la luce, quella luce, la faceva la incorniciava in uno specchio di luce, il tempo si fermò e il vento caldo cessò per un solo instante di tormentare la mia pelle, ebbi un sussulto quando si avvicino a me, e con le sue bianche mani mi sfiorò le guance, e mi sorrise…..il cielo non accennava a scurirsi, il sole era sempre li a metà tra il cielo e l’orizzonte che era pronto ad accoglierlo.
Mi sfiorò le guance e pronuncio una parola al mio orecchio, poi il vento riprese a soffiare, e il calore a bruciarmi, e lei., lei era sempre avvolta nel suo alone di luce chiara, dentro quel vestito, che la rendeva irreale, le unghie delle mani, dipinte di nero, in pieno contrasto con la pelle cosi chiara…come di perla….seduto sul marmo antico di quella fontana, a contemplare il tempo che zoppicava come un vecchio stanco e privo di bastone.
Mi Ricordo il boato, dei palazzi crollare, mi ricordo il vento smuovere la polvere e i calcinacci e non scorderò mai l’entrata dei carri armati dentro la piazza, come una processione di animali feroci, pronti a ghermire le prede,
Procedeva in silenzio, a passi svelti e silenziosi io dietro di lei a metà tra una sensazione di paura e di serenità confuso in mezzo al sudore che quel caldo straziante mi tirava fuori a unghiate dalla pelle, lei era a mezzo passo da me mi stringeva la mano mentre procedeva decisa per le viuzze della città vecchia, saltando ogni ostacolo, tralasciando ogni porta, scansando ogni persona, che correva terrorizzata dal fischio delle bombe e dal rombo degli aerei, il panico non sembrava toccarla, la paura probabilmente aveva paura di lei..e quella sensazione di calma e serenità stava piano piano avendo la meglio sulla paura….
Arrivammo quasi in cima alla città vecchia, la ragazza aprì un portone vecchio e malmesso, non mi guardò nemmeno un attimo, si muoveva a suo agio nel buio pesto di quella casa con le imposte inchiodate, e i mobili tarlati e distrutti, il pavimento era coperto da uno spesso strato di grigia polvere, gli affreschi nei soffitti erano inesorabilmente violentati dall’umidità e dal tempo che si era abbattuto inclemente su quella vecchia casa…una pesante tenda di velluto rosso, e poi ancora un'altra, e un'altra ancora, un corridoio circolare, che portava ad una scala che saliva incerta e fiera, al piano superiore, i gradini scricchiolavano solo sotto i miei piedi, la sensazione di serenità aveva ormai avuto il sopravvento sulla fredda paura, sentivo una morsa piacevole allo stomaco e mi nutrivo del profumo di pioggia che avevano i capelli di quella ragazza cosi bianca e pura da sembrare un soffio di vento….
Arrivammo insieme in una camera circolare che aveva al centro un letto a baldacchino di legno scuro con le tende di organza bianca aperte e preparato per ospitare due sposi, una quantità incredibile di cuscini di tutti i colori, petali di rosa freschi sopra il copriletto bianco, i soffitti i mobili erano tutti distrutti se possibile ancora più distrutti rispetto al piano inferiore, il pavimento scheggiato e in alcune parti mancante, ma il letto no, il letto era intatto, come uno sposo in attesa trepidante d’innanzi alla chiesa…..la ragazza mi guardò in faccia e delicatamente mi sfilò i vestiti uno per uno, poi lei fece scivolare ai suoi piedi il suo candido vestito..mi porse la mano e mi fece un cenno quasi impercettibile ed io, senza dire una parola, ancora una volta non riuscii a far altro che seguirla dentro quel letto enorme che sembrava come sospeso fuori dal tempo.. ... mentre aldilà delle imposte inchiodate le bombe ruggivano i carri avanzavano, e le urla della gente squarciavano il silenzio che assorda dopo ogni bomba che ha centrato il bersaglio e distrutto ogni cosa…i cavalli bardati facevano tremare la terra…ma la paura non albergava in quella stanza la ragazza si strinse a me….e chiuse gli occhi…solo allora mi accorsi che la paura era completamente scomparsa……e che il sole era scomparso da un pezzo, il livido pallore di lei…sopra la mia pelle bruciata dal sole da un piccolo spazio tra le assi scorgevo….le urla…..la polvere…la gente scappare e morire, i palazzi cadere….quando vidi cadere la chiesa…nemmeno in quel momento la paura mi sfiorò mentre lei dormiva….accanto a me… candida e serena mi stringeva le mani….mentre il bagliore delle bombe squarciava il cielo tutto attorno e sopra di noi….
Lasciai cadere il mio respiro e mi addormentai accanto a lei…..sincronizzai il mio respiro al suo…..cercando un po’ di silenzio….solo un po’ tra un urlo e un colpo di mortaio….abbracciato alla mia sposa, senza chiedermi il perché, la guardai l’ultima volta avvolta in quella luce livida e lucente.
Un viale alberato, è tutto ciò che mi ricordo
Mi ricordo l’erba che morbida mi accoglieva, mi ricordo i rumori della città che stonavano nel contesto di tutto quel verde giallo e arancione, mi ricordo le foglie che cadevano dagli alberi e intasavano il vialetto di terra battuta, la giacca di pelle era bagnata di brina il berretto di lana ben calzato in testa e tutto quanto il corpo era preda dei brividi della notte.
Non ricordo come sono finito qui, è mattina presto, le nuvole con la luce dell’alba prendono tutti i toni del viola, mi ricordo che guardavo la città dal finestrino dell’automobile e mi ricordo che poco prima del buio qui attorno a una fiamma stavamo preparando l’ultimo buco con le mani tremanti reggevamo il cucchiaino e le siringhe seduti in circolo sul prato e il tramonto che i faceva abbastanza luce, c’era Amy, ricordo che indossava una giacchetta di lana viola e nera un paio di mezzi guanti, dei jeans azzurro chiaro distrutti e strappati, e un paio di converse nere, aveva la matita nerissima che incorniciava i suoi occhi cosi sorprendentemente neri e una ciocca di capelli rossi fuoco che gli usciva dal berretto, le sue dita e le sue mani erano distrutte e graffiate, a Amy piacciono i gatti, mi ricordo questo, e la vedo che si lecca il labbro inferiore mentre si cerca la vena.
L’alba si fa più lucente, e folgorante, il parco si anima e gli uccellini cantano mi sento le ossa fuori posto, non c’è nulla attorno a me, forse il guardiano non mi ha neppure visto, raccolgo da terra la chitarra che ha dormito tutta la notte vicino a me, ho le converse distrutte, i piedi freddi e credo anche di avere il cuore freddo.
Il Parco è spettrale c’è un silenzio irreale, i lampioncini che costeggiano il vialetto emettono una luce fioca, e pallida, nessun uccellino canta, sento solo il crepitio delle foglie sotto i miei piedi mentre mi inoltro all’interno del parco, tra le grotte che da bambino mi facevano paura, adesso sento freddo e credo che quello sia un buon riparo.
La mia vita, mi scorre lenta attorno mentre mi guardo gli avambracci tutti bucati, tiro su con il naso e vorrei tanto avere una casa o perlomeno trovare Amy, o perlomeno una Dose,da spararmi in vena per riscaldarmi questo sangue marcio che mi circola in corpo, e si porta via ogni residuo di me, e di quello che sono stato, ero un buon musicista suonavo nei club, mi ricordo quando Amy, si accese dal buio come se un fascio di luce l’avesse investita, mi folgorò gli occhi mentre suonavo su quel palco, mi ricordo un sacco di gente in quel pub fumoso, con le assi di legno che rumoreggiavano e subivano inerti il peso di tutta quella gente sudata e urlante, mi ricordo che ero un buon musicista, la grotta è umida e fredda, mi beccherò qualcosa lo so, ho il viso freddo le labbra spaccate e tanta voglia di morire, di chiedere scusa a mio Padre, di chiedere scusa alla mia arte e tutta quella musica che mi è scomparsa dalle mani chissà quando e chissà perché, mi siedo su una roccia tiro fuori dalla tasca un foglietto, il cielo è plumbeo pochissimi raggi di sole lo colorano, leggo il foglietto è una lettera di Amy è scritta con una grafia piccolissima e ordinata, di tanto in tanto incontro qualche gocciolina di sangue, che sicuramente le è scappata fuori dalle dita, cosi graffiate e insanguinata come solo lei sa ridursi, leggo tante parole, che mi bloccano il respiro, c’è buio illumino il foglio con un accendino, ma quello che leggo adesso non mi piace più..Amy dice che è stanca che non ce la fa più che le mancano i tempi in cui la musica non mi scappava dalle dita…Amy dice e mentre la immagino toccarsi il labbro e far tintinnare i suoi anelli d’argento,dice che vuole andare via, io questa lettere ieri non l’ho guardata ero troppo indaffarato a preparare lo schizzo, ero troppo indaffarato a convincermi che in quello sguardo cosi nero Amy non nascondesse amarezza ma amore, adesso le parole mi scorrono sotto gli occhi mentre sento le fitte della crisi d’astinenza e lo stomaco che mi si vuole aprire in due, sento aumentare i battiti e nonostante il freddo sento il sudore, che comincia a prendere il sopravvento insieme a quella sensazione d’ansia e di impotenza che mi fa mancare l’aria.
Seduto su un sasso, mi guardo dritto davanti e vedo solo roccia, le mani giunte una dentro l’altra ma sono solo le mie, soltanto le mie, stringo quel foglio cosi consumato, stringo quei quattro ricordi che riesco a scorgere, sento una gran confusione mentre una riga di melassa graffia il grigio di quel cielo che sembra fatto di piombo e ho come la sensazione che il peso del mondo sia tutto sulle mie spalle.
Esco dalla grotta che è mattina inoltrata il parco brulica di vita, un timido sole mi riscalda un po’ il viso,incrocio alcune persone che corrono cammino stralunato, ho ancora le ossa fredde,il rumore della città copre i miei passi e i miei pensieri, stringo forte quel foglietto, e adesso si adesso sento riscaldarmi le ossa, adesso i miei piedi congelati accelerano il passo mi stanno portando chissà dove in tempo ma poi quale tempo io questo lo ignoro,ma corro e corro veloce con le lacrime chi mi rigano il viso….cerco l’ultima occasione di riavere Amy, corro stringendo gli occhi il freddo mi fa male, e i miei occhi perdono lacrime mi mancano le forze dopo
La città è grigia i palazzoni alti del quartiere popolare sembrano delle enormi scogliere, ogni tanto qualche murales, da una nota di colore, continuo a correre oltrepasso un cavalca via, correndo e piangendo corro verso Amy…corro verso casa sua..
Apro la porta di legno, è bianca, entro in casa ho ancora le chiavi un piccolo comodino antico alla sinistra della porta poggio li sopra le chiavi, oltrepasso il corridoio guardando di sfuggita le pareti di mattoni rossi….. arrivo all’ultima stanza, un piccolo specchio ovale appeso al muro di fronte a me non mi guardo nemmeno spingo la porta del piccolo bagno e vedo Amy, li nella vasca bianca, completamente abbandonata, capelli rosso fuoco bagnati e tirati tutti indietro, l’acqua nella vasca è completamente rossa…..ne esce un po’ fuori e macchia le piastrelle bianche e nere……..Amy è li inerme senza forze, le vene dei polsi recise di netto….i suoi occhi cosi clamorosamente neri sbarrati e vuoti senza vuoi eppure è cosi bella, la tiro fuori dalla vasca la sua pelle è diafana cosi pura….tento di rianimarla mentre le lacrime rigano sempre di più il mio viso, non respira le sue labbra sono viola….. il suo corpo è freddo……la stringo forte a me…ma non sento battiti….e piango piango, piango come se non avessi mai pianto in vita mia le urla non scompongono la calma del palazzo nessuno scende a chiedere se per caso è successo qualcosa..ma niente rimango in silenzio con Amy tra le braccia, a singhiozzare nell’eco del bagno….
Ho l’ultima dose la tengo nella tasca interna della giacca la preparo con cura…il sole oltrepassa le tapparelle come una lama, mi siedo sul tappeto, la mano tremante riscalda il cucchiaino, preparo la siringa, cerco la vena…..finalmente calore…finalmente è finito il freddo stringo il foglietto tra le mani..e mi sdraio sul tappeto…….e lascio andare il mio respiro…e cerco Amy tra le pieghe del tempo e cerco Amy ma non la trovo…..
Giocattoli
Oggi ho gettato un po’ di vecchi giocattoli, ogni tanto li tolgo. Alcuni li ho messi da parte per mio nipote, figlio di mio cognato altri li ho gettati e altri li ho messi da parte per dei bambini che giocattoli non hanno.
Non c’è nulla di nobile in questo, regalare giocattoli che altrimenti butti non è nulla.
Anni fa invece a Natale li comperavo per un istituto di ragazze madri, non so se ai loro figli poi sono mai piaciuti.
Scrivo qui, dove i miei figli non leggono, scrivo qui dove mi racconto da solo e cerco di parlare di emozioni vere.
Sono grandi ora i miei ragazzi uno 21 anni tra pochi giorni e l’altro 16, sono anche belli ed intelligenti.
Non so se sono un buon padre, spero di esserlo stato, mentre riponevo i giocattoli pensavo a quello che hanno significato per me.
Panino, un pupazzetto che era il cattivo nelle storie con S., primi anni novanta a Tivoli, per terra con le costruzioni, l’orso, il cow boy, il panino.
Ecco Biscia, un serpente di stoffa amico di Pulitino, cosa era il 95? Francavilla al Mare le favole con F.
Io non so se loro si sono divertiti con me, io si, ricordo quei giochi e le storie con un pizzico di nostalgia.
Il tempo ci scorre addosso come acqua su roccia, solo che noi roccia non siamo, già.
Le tartarughe ninja, i soldatini, costruzioni, la finta canna da pesca con cui pescavamo la tigre e i coccodrilli.
Io non mi assolvo da tutte le mie colpe e non chiedo assoluzione a un Dio che non so se vi sia davvero.
Non so nemmeno se sia giusto scrivere così su un blog, è più forte di me, ma se un giorno dovessi sparire da questa terra, vorrei che qualcuno leggendo le mie storie dicesse ai miei ragazzi che ci ho provato a fare il padre davvero e se qualcosa gli ho trasmesso è solo una briciola di creatività.
Un giorno se avranno figli, spero che giochino con loro come io ho giocato con loro.
Poi, non credo che avere un padre con un blog che scrive favole sia poi una cosa di cui vantarsi ed è per questo che cerco di non entrare troppo dentro la loro vita.
Li vedo ora, alti e guerrieri correre nel mondo, in silenzio mi sposto, per non farmi vedere.
nascita di un testo:
Ricordo disordinatamente e mi emoziona ancora sentire il profumo, dell'aria areniana. Avevo sedici anni ed ero timida. Il mio abito da sera era inventato da mia madre e stavo bene perchè a quell'età basta pochissimo per essere eleganti. Ma dentro ero una bambina ancora, salita sui tacchi altissimi. Ero truccata di emozione ed impaurita da quelle signore in lungo, da quelle stole, dagli smoking e da quell'onda di profumi chic. In poltronissima stavo seduta tesa come la corda di un violino perchè sapevo che dalle gradinate ci guardavano in platea e la zona 'poltronissime' era uno spettacolo! Ma l'aria areniana mi avvolse e mi rapì fin dal primo accenno degli orchestrali che s'accordavano. Antico e nuovo triofavano in un excelsior di vita che si esaltava nell'arte. Mille scene si moltiplicavano in me nel lustro della potenza delle voci dei lirici. La boheme fu la prima opera cui assistetti, poi Aida, Turandot, I pagliacci, Lucia di Lammermoor. La grandiosità dello spettacolo lirico non ha pari e non può esere confrontata a nulla. I concerti moderni ne giovano molto nell'anfiteatro ma l'epica della lirica ci porta a riflettere e tocca le corde dell'arpa del cuore mentre i tasti della mente solfeggiano nuovi punti di vista. Il melodramma ha il grande merito di esaltare il dolore che non ha soluzione, il dramma quindi. Ed è vivo per questo. Racconta la vita. Questo ricordo è nato stasera ascoltando casualmente Boccelli. E' grande l'essere umano nei doni ricevuti: può domare la sua stessa disgrazia. E come sempre quando ascolto musica mi ricarico. So di essere in quel mare di emozioni, piccola ma ci sono. E' come ritornare a sfiorare quel brodo cosmico di emozioni che fluiscono e che l'arte sa fermare e riproporre in formule ripetibili. Siamo ricchi, esuberiamo nell'arte. Rendiamo la povertà bohemienne sacra, il tradito pagliaccio è santo. Aida è una dea. Mi spiace solo che il santuario areniano sia elitario per sua natura. Si fanno i conti, giocoforza. Tutta quella messinscena è un lavoro enorme. Poi resta tutto compreso nella rappresentazione. O forse, scintille di sapienza s'accendono nelle coscenze degli spettatori. Commozione. Sono nata sotto l'ala dell'Arena e ne sono fiera. Ora però non ci sono più i gatti nel vallo, quelli randagi, sporchi e spauriti.
| L'anno vecchio salutò il nuovo. L'anno nuovo ricambiò il saluto. Bendisposti data la cordialità che si mostravano provarono a stringersi la mano ma si resero conto che non potevano toccarsi, se non per un tempo infinitesimale, visto che dall'uno si passava automaticamente all'altro. Metafora della vita. I corsi e i ricorsi storici esistono proprio per l'impossibilità della coesistenza. |
E' stato Nanni per primo a raccontarmi di Sabrina, lui è un pescatore, raccoglie le reti e prega il signore
o bestemmia.
E’ strano Nanni, però quando non beve è simpatico e insegna alla vita ad essere normale.
Nanni ha una cicatrice sotto il mento, dice che è stata la rete un giorno di tempesta. ma non è vero, no.
Penso sia stata una donna, ma non lo racconta, Nanni non racconta tutto.
Di Sabrina mi parlava quando andavamo sul molo,lo aiutavo a portare le cassette di pesce.
Trattava poco sul prezzo per una bottiglia di vino dei castelli te lo compravi e con due soldi ti dava tutto.
Ora che non c'è più mi manca.
Alla fine si sa che tutti dobbiamo morire, ma quando succede, quando succede ti dispiace e tanto.
Il prete piangeva al suo funerale e i preti,se ci fate caso, non piangono mai ai funerali.
Nanni era scettico, mezzo ateo, un quarto agnostico e un quarto cattolico, però ad ogni buon conto pregava.
Mi diceva: Pino non ci credo, ma non si sa mai porco di un diavolo fascista...e giù bestemmie.
Eravamo alla stessa sezione del partito, anche quando Ochetto fece altre scelte.
Lui andò con rifondazione, io con i democratici e Sabrina, Sabrina a dire che non era giusto,.
A quel tempo non ci eravamo ancora sposati, no allora non ancora.
Già perché Sabrina gli voleva bene a Nanni, era amico del padre e la difendeva sempre quando suo padre la sgridava.
Ora siamo al cimitero io e
Mi faccio il segno della croce e poi alzo il pugno chiuso nel saluto di un tempo tra comunisti, a ogni buon conto il Nanni è contento, sia della croce che del pugno, lo sento.
Sabrina mi riguarda e sorride mentre tossisce, siamo vecchi ormai tanto vecchi e i nostri figli sono andati tutti via, siamo rimasti soli.
Ci siamo comperati un loculo accanto a Nanni.
Ho chiesto che alla mia morte mettano un mazzo di carte napoletane nella tomba, così poi si gioca a tresette e voglio anche del vino dei castelli. che a Nanni piace.
Magari un goccio se lo farà anche Sabrina, anche se è astemia, quasi, forse dopo quando saremo dentro e oltre la soglia, magari vorrà bere chi sa.
Che poi è solo una storia banale e semplice come quella che narrai di Mariangela la suora che lavora con me. Questa volta voglio parlarvi di Daniela.
Ha occhi grandi e buoni Daniela e un cuore che ci puoi riempire una finestra per non far passare il freddo.
Ha un marito fantastico, pestifero che quando la guarda sembra squagliarsi e ha un figlio che è troppo forte.
Evito di dirvi tutti i nomi, evito perchè non è giusto.
Daniela lavora con me da poco, ha una laurea in tasca e mille problemi sotto il cuscino, a volte anche sul comodino.
Lavori saltuari e anche suo marito ora con la crisi è in cassa integrazione.
Gli sto insegnando il mestiere di assicuratrice come lo insegno a Mariangela, ho molti ragazzi che lavorano con me e sono tutti fantastici.
Oggi Daniela ha dovuto fare una scelta di vita.
Le hanno offerto un posto a tempo indeterminato da impiegata, uno stipendio non altissimo ma sicuro, che le avrebbe dato della sicurezza e Daniela ha detto no, ha detto no perchè le piace lavorare con me.
Ho sulla mia pelle il suo destino, sulla mia pelle farla crescere e diventare grande, ma ci riuscirò a tutti i costi, perchè non si può scherzare sulla pelle della gente.
Già scrivo cose così, banali e semplici ma con tutta la mia anima.
Non sono e non voglio essere uno scrittore o un poeta, ma voglio essere un uomo nel mondo e anche se sono solo un agente di una compagnia di assicurazione, posso cambiare la vita di tanti ragazzi in una società che sembra non dare loro un futuro.
Forse un racconto così non interessa a nessuno e forse non avrei nemmeno dovuto scriverlo, ma io scrivo con il cuore sempre e non ragiono mai abbastanza, ma sono questo Pelmo, Messaggero, Fantasma, Hariseldom e Sortilegio, sono questo quello vero, solo e soltanto Giuseppe.
Spesso andava a casa di un mio compagno che tutti chiamavamo Cristo.
Il motivo era semplice, aveva capelli lunghi ed era magro, forse per questo o per i suoi occhi azzurri, vai a sapere perché la gente si inventa i nomi.
Cristo non bestemmiava mai e a dire il vero non diceva mai parolacce, solo una volta perse la pazienza quando un tale stava menando alla sua ragazza, Cristo gli mollò un pugno sopra i denti e quella, quella al posto di essere riconoscente si arrabbiò con lui.
Cristo a volte le donne non le capiva, ma non solo quelle.
Suo padre era un operaio in cassa integrazione di un’azienda del mobile e sua madre era una casalinga che cuciva tutto quello che le portavano per aiutare in casa.
Suo padre era iscritto al “partito” per noi il termini “partito” indicava il partito comunista, dicono che proprio per le sue idee fu uno dei primi ad essere messo in cassa integrazione.
Spesso andavo a casa loro e mi offrivano sempre del vino con la gassosa e pane olio e sale, mai bevuto un vino buono come quello e mai mangiato così bene.
Si giocava a pallone nel cortile sotto casa, anche le ragazze giocavano con noi, anche Maria, quella con le trecce e con le gambe magre.
Fumammo solo una volta, quasi per gioco insieme, ma di canne non volle mai sentir parlare, Maria invece di canne se ne fumava due al giorno.
Io iniziai a fumare, lui no, smise subito da quel giorno stesso.
Maria era innamorata di lui, ma io feci tanto per mettermi con lei, forse ero anche stronzo lo so, forse lo sono anche adesso.
Di certo mi divertii con Maria e poi lei stette male, ma non mi sono mai pentito di quello che ho fatto.
Siamo cresciuti separatamente, ognuno per conto suo alla fine io lo persi di vista, chiesi qualche volta a don Gino se avesse notizie di lui, ma don Gino non amava molto Cristo, diceva che era un tipo che non gli sembrava a posto.
Divenni poliziotto, un lavoro che faccio anche ora e che adoro.
Avere la divisa addosso mi mette una euforia che nessun altro mestiere mi avrebbe dato.
Il caso, il caso alle volte gioca strani scherzi, in tenuta di sommossa alla manifestazione in piazza ci scontrammo contro degli studenti che tenevano le mani alzate in senso di resa.
Li colpimmo selvaggiamente, con tutta la rabbia che avevamo in corpo, eravamo consegnati in caserma da una settimana per colpa di questi scalmanati comunisti.
Cristo non aveva più i capelli lunghi e non lo avevo riconosciuto, mi sorrise da terra salutandomi, mentre un fiotto di sangue gli usciva dalla bocca.
Quasi piansi nel sentire le sue parole quel giorno.
- Giuda ma che fai?-
Poi non parlò più.
Trenta piani, ho fatto i gradini uno per uno, e mano mano che salivo il fiato si accorciava, trenta piani, per un totale di venti gradini per rampa fa un numero altissimo che non mi va nemmeno di considerare.
Il fiato si accorciava e il cuore accellerava, gli anfibi tintinnavano il cappotto di lana grigia che mi riparava dal freddo, nonostante in quella claustrofobica spirale non servisse, metallo grigio e freddo suono impersonale per nulla rassicurante, trenta piani, fatti a ritmo sostenuto, per la fretta di arrivare in cima lassù al trentesimo piano, ogni passo un ricordo in meno, ogni goccia di sudore un senso di leggerezza che non mi era mai appartenuto prima di allora,scale su scale, guardo su e vedo un intrecciarsi di metallo che dovrò percorrere per intero, tintinnio di anfibi, tic tic di orologio ma l’ora non mi importa, lo tolgo me lo sfilo dal polso quel vecchio orologio di metallo lo poso con cura sul gradino che devo ancora calpestare, e poi continuo, trenta piani, sembrano pochi a dirlo ma le scale mi ripetono di continuo che mi sbaglio, accellero il passo, vado dietro al ritmo del cuore che per la stanchezza adesso pompa più forte, sono accaldato, sudo, e il ritmo si fa sempre più veloce pochi minuti e questa rampa mi sembra già impossibile da superare, mi passo una mano sul volto è madido di sudore, il neon pallido mi rimbalza sugli occhi, non ci vedo bene ho guardato per troppo tempo il neon, non ci vedo bene ho il sudore sugli occhi….
Trenta piani, sono quasi a metà percorso, mi sento scoppiare il cuore ma devo arrivare, la scalata è impervia e priva di qualsiasi soddisfazione o colore, trenta piani per non sapere cosa fare una volta arrivato al trentesimo, all’altezza della grossa scritta in vernice nera sul muro bianco che raffigura il numero 15, mi fermo per prendere fiato, una bambina con i capelli biondi legati da un nastrino porpora , mi guarda fisso non accenna il minimo sorriso indossa un vestito rosso di tulle, apre la porta antiincendio mi guarda per un altro attimo mi sorride e scende le scale con le sue scarpette di vernice anche loro del medesimo colore del sangue che adesso sento tanto veloce intasarmi le vene,non fa il rumore che faccio io, quasi lievita su quel freddo e impersonale metallo la gonnellina sembra una nuvola di zucchero filato aromatizzato alla fragola, ho il fiatone, e le mani fredde, i miei occhi vanno in mille direzioni la luce del neon rende quel piano, freddo e squallido la bambina che scende le scale sembra una goccia di sangue su un piano di metallo freddo, continuo a ritmo sostenuto il mio cuore si è un po’ quietato, il mio fiato è tornato a regime normale, il sudore mi si è ghiacciato addosso, ma il cappotto almeno adesso fa il suo dovere, le fibie tintinnano, ed è un suono che comincia a piacermi.
Piano 25:
sotto il grosso numero 25 che indica il piano c’è una scritta in vernice Rossa, è a caratteri cubitali, dal penultimo gradino sembrava vernice in realtà e sangue la scritta recita “Jesus, Look at Me Flying” quella scritta mi aveva messo i brividi il sudore mi si era cristallizzato sulla fronte…..ma ripresi a salire sempre più di corsa fino a spezzarmi il fiato.adesso i gradini li salivo tre a tre, mangiavo quel metallo non sentivo rumore di fondo solo i miei passi e il mio fiatone……
Piano 30:
il pavimento del piano era pulito e lucido non aveva niente a che vedere con quelli sottostanti pieni di sacchetti di immondizia e cartoni sui quali probabilmente qualcuno passava la notte, il fiato era fumoso per il freddo che mi aveva preso alle ossa, ero congelato le mani erano due pezzi di ghiaccio che tentavo di riscaldarmi con il fiato o con quel poco che mi era rimasto in corpo, la scritta 30, era ben visibile e forse rifatta da poco….una porta antincendio mi avrebbe portato sul tetto, il pavimento del tetto era coperto da una coltre di neve bianca, le antenne della tv sembravano degli alberi, mi muovo piano, incerto, ma con un obiettivo ben preciso in mente, il cornicione…………..
Trenta piani ricordo le scale come se le avessi fatte con tutto il corpo una per una, ricordo il cuore che mi saltava dentro la gabbia toracica, il sangue che mi scorreva come non aveva mai fatto prima di allora, il tintinnio dei miei anfibi era una melodia sconosciuta e mi chiedevo se la bambina vestita di rosso con quei suoi bei boccoli biondi avesse finito la sua discesa…ma non era questo il momento di chiederselo, il silenzio mi avvolgeva completamente la neve bianca che cade dal cielo lenta e inesorabile, mi provoca uno spasmo al petto che fatico a contenere le lacrime rigano il mio volto e si congelano ancora prima di toccare terra, i miei occhi si riempiono di quel liquido che mi fa avvertire ancora di più il freddo rigido che sento addosso, appiccicarsi e stringermi come in una morsa, il vento soffia e mi trapassa come una lama, il suo urlo mi squarcia la testa… sento un eco di musica, ma non capisco da dove provenga, sono oltre le nuvole sembra quasi che il cielo si sia abbassato stanotte..la neve mi riempie il cappotto e mi appesantisce…le antenne da questa prospettiva sembrano alberi morti dentro un cimitero bianco e abbandonato….salgo sul parapetto.. con le lacrime che ancora rigano il volto e mi bagnano la barba davvero troppo lunga…la musica che prima avvertivo appena si fa sempre più vicina mi volto e dietro di me seduto sul comignolo un ragazzo con le mani insanguinate e le unghie spezzate, suona una melodia, ha il berretto di lana calzato fin sopra gli occhi, guarda il vuoto e poi guarda me, ha gli occhi azzurri e profondi mi fa un cenno di saluto con due dita si tocca il sopracciglio sinistro…e mi sorride…e io decido di Volare Giù….
Dicono che quando cadi da un palazzo ti passa tutta la vita davanti, non è cosi, io sto vedendo tutto quanto rallentato il vento che mi fischia nelle orecchie mi sembra quasi una ninna nanna lo avverto appena sul viso apro le braccia per fendere l’aria ma non vado per niente più veloce…..la musica del ragazzo si fa sempre più lontana…le luci dei piani mi fanno confondere gli occhi….aprò la smorfia che il vento disegna sul mio volto in un sorriso…le braccia aperte…il cappotto che mi batte addosso e mi fa sentire come se avessi le ali..la caduta non l’avverto nemmeno, tutto mi sembra cosi lento adesso, tutto mi sembra cosi piccolo da quassù…..riesco a scorgere la gente che sta sotto di me raccogliersi in un piccolo esercito mosso dalla curiosità non li guardo….vedo il portone di vetro scostarsi e la bambina con il vestito rosso uscire spensierata…l’ho vista stavo in pensiero…..adesso sono contento..il sorriso si fa più largo sul mio viso e le braccia sono sempre più aperte……chiunque abbia inciso quella scritta sul muro del 25° piano sapeva cosa faceva….. adesso ho voglia di scrivere anche io qualcosa su un muro ma non farò in tempo mi sarebbe piaciuto scrivere.. “Jesus Look at me! i'm FLYING " guardami sto volando….sto volando…sto volando…sto volando…la musica non la sento più i curiosi sono sempre di più il vento mi apre in due come una lama adesso lo sento adesso vado veloce…….sto volando………
Il Monaco e L'eretico
Parte II

MONACO: Osate or Voi parlar di peccare. Foste bollato come indegno di veder la croce, di pregar l'Iddio, foste ritenuto indegno incapace di giudicar il fare mio. E adesso mi parlate di usar la croce? Cosa Voi ne sapete, che in nome della Croce dovreste perir, per l' offesa recata all' Immenso Signore.
ERETICO: Più a Voi forse? Siete Voi che elargite giudfizi, forte di una tonaca? Voi mi parlate di perir per la croce, io per la Croce perirei, al di là di ciò che dicono i vostri porporati, e il Santo Bianco. Ma Voi nella Croce, e non per la Croce, meritereste esser posto, soffrir ciò che soffre la mia anima. E sol perchè? Per un gioudizio indegno, condannato a priori, in questo destino mi muovo, atroce
MONACO: Sia lode a Dio, e siate maledetto sempre figlio di Satana. Le vostre blasfemie mai verranno ascoltate. In nome del Padre, io Vi dichiaro maledetto, si maledetto. errate, vagabondo per lande sconosciute prive di Vita o inetto.
ERETICO: Cosa è la Maledizione se non un dire degli alti Vostri prelati? Con Dio avete mai parlato liberamente? I dogmi latini seguite, sempre e comunque, per bocca di altri le Vostre orecchie ascoltano le sue parole. Chiamatemi pur Maledetto, ma io odo la sua voce, la voce di Dio, non ho bisogno di un porporeo, per comprender, so parlare, ascoltare e meditare io.
MONACO: Scansatevi dalla mia via, lasciatemi passare, non voglio il Vostro dire, manco per un attimo più sentire. troppo tempo errabondo maledetto parlai con Voi, io il verbo doffondo ma solo quello di Dio. E adesso toglieteVi e fatemi strada, devo andar a compir la mia missione.
IL MONACO E L'ERETICO ( PARTE I )

<IN UN PICCO IRTO, SU DI UNA MULATTIERA, UN MONACO S'APPRSTA A SCENDER, MENTRE ALLA DI LUI FRONTE APPARE UN ERRANTE, AI SUOI OCCHI ERETICO>
MONACO: Oh Errabondo che sali sul monte, dove vuoi arrivar? a inchinarti la in cima? alla Sacra Croce? Se così è vieni, fai si che ti accompagni, che alla tua, la mia, possa aggiunger la voce.
ERETICO: Io alla croce oh Monaco? Non vedi le mie vesti? Non leggi il mio volto, io fui artefice del mio dire, e per questo, alcun Padre non mi volle piu' benedire. Mi scacciaron come si fa coi ratti, e sol perchè, estrapolai i pensieri che eran dentro me.
MONACO: Dannato, quindi tu un dannato sei, che ti nascondi sotto stracci da pellegrino, per imbrogliar l'animo, di chi non come me, ha l'animo cristallino.
ERETICO: Io nascondermi? e da cosa Monaco, se io Vi dissi, che senza esser giudicato, dal Vostro credo fui condannato. Alzate lo sguardo non Vi voltate. Io son uomo come Voi, e sol perchè opposi il mio Volgo al Vostro latino, tutti Voi dichiaraste me Eretico, e il mio animo non cristallino.
MONACO: E il coraggio Vi resta di parlare? Zitto tacete, nell'inferno di Satana marcite, tra le sue fiamme bruciate, senza pietà, il Vostro destino codesto è. Fiamme eterne.
ERETICO: Il coraggio mi resta di far ogni cosa, non forse mi insegnaste, che Dio decide per noi? Che lui l'Immenso è, e che so lui giudica e condanna. Chi sono i Vostri prelati di porpora e bianchi vestiti per parlare in sua vece. Tacete voi, schiavo del destino. Io certo non son sibillino. Da Voi son maledetto. Ma percuoto me stesso quando pecco, e continuo la mia strada giulivo. Convinto di una Vostra clerical carnal visione errate. Solo noi, condannati, sappiam veder il destino, soffrir con la carne, ma alleviar con l'animo.
MONACO: Certo, figlio di Satana, la tua setta porti avanti, arrettra di fronte alla mia croce, la tua grezza anima si dissolva e svanisca. Iddio fa si che la costui blasfemia mai più esista.
ERETICO: Ridere mi fai o Clerico, non sai che codesto sacro oggetto, che come un ventaglio maneggi, è tanto potente, quanto inutile se usato col Vostro manierismo, nessuna folgore verra' a me. Poichè non Dio Vi guida, ma solo delle parole nella Vostra mente inculcate, radicate. Nel mio eretismo, io son piu' credente di Voi, e la mia croce, per un ingiusto decider la porto sulle spalle. Il mio dire è piu' forte del Vostro, poichè so cos'è il peccato, e so peccare, Voi sapete bene peccare, ma immune dal peccato Vi credete.